Questa storia non è mai stata raccontata prima. E’ la storia di un frate, Raffaele Mazzucchi, e di due donne di Forte dei Marmi fucilate con il religioso. Essa è il frutto dei ricordi vissuti in prima persona da Renato Brunini e Emilio Tarabella, testimoni dei fatti. Versili@oggi la pubblica in esclusiva sul blog, sperando di contribuire a togliere dall’oblio la storia di queste persone.
Da un po’ di tempo mi sto interessando della vicenda di Padre Raffaele Mazzucchi, il fratino di Pruno fucilato dai tedeschi due giorni dopo il grande rastrellamento del 24 luglio ’44 nel quale anch’io ero stato catturato. Me ne interesso perché, a mio parere, la sua figura non è ricordata abbastanza.
Quando stavo concretizzando un’idea che potesse onorare degnamente quel sacrificio, sono venuto a conoscenza di un altro caso non meno significativo e strettamente collegato ad esso. È la vicenda di due donne di Forte dei Marmi, madre e figlia, fucilate insieme al Mazzucchi per lo stesso “reato”, anch’esse ormai figure svanite nella memoria della nostra gente. Per questo, ora più che mai sento il dovere di parlare di quei tre giorni del luglio ’44 che, per averne vissuti personalmente gli eventi, posso descrivere fedelmente con parole mie e con quelle di chi era con me; per rendere omaggio, seppur tardivo, a tre vittime di un tragico periodo che non devono essere dimenticate.
Le storie del frate e delle due donne, che s’intrecceranno tragicamente nella morte, hanno altri particolari inquietanti che le accomunano; come la figura del militare tedesco che si finge disertore del Reich per infiltrarsi in confidenza nell’ambiente dei partigiani e ottenere informazioni, diventando sicuro accusatore non appena rientrato nei suoi ranghi.
Nel grande rastrellamento del 24 luglio tale compito di finto disertore fu svolto da un sergente della Wermacht il quale, in base a quanto ricordava dei giorni passati come infiltrato nelle formazioni partigiane, quella mattina scrutò uno per uno tutti noi – terrorizzati dal suo sguardo inquisitore e inappellabile – che eravamo stati messi in fila nella piazza del Cardoso, davanti alla chiesa. Tra i pochi portati via subito perché indicati da quel sergente come partigiani, o sospettati come tali, ci fu Padre Mazzucchi.
La partenza di noi “non sospettati” avvenne nel pomeriggio, su autocarri coperti con telone, dopo che furono rientrate le pattuglie dei rastrellatori che avevano setacciato selve e case dei dintorni. Ma fu un breve spostamento, perché giunti a Ruosina fummo ammassati presso una postazione antiaerea e presi in consegna dai militari che la presidiavano. Dovevamo restare lì fino all’indomani, in attesa dei mezzi che ci avrebbero portato a Nocchi.
Il posto non aveva recinzioni, ma i rastrellatori furono molto chiari: onde evitare qualsiasi tentativo di evasione, ci fecero sapere che per ogni rastrellato che fosse riuscito a fuggire ne avrebbero fucilati dieci di quelli rimasti, seduta stante.
Ognuno di noi – specialmente i più anziani con famiglia – diventava in questo modo un deciso guardiano di tutti gli altri. Quell’atmosfera di reciproco sospetto che si andava instaurando via via, diventò ancor più cupa nei momenti in cui il cannoncino binato della postazione antiaerea cominciò a sparare (inutilmente) contro una formazione di Fortezze Volanti che passò sopra di noi, con i suoi riflessi argentei che stavano portando morte chissà dove.
In quella tensione di sguardi e di timori, mentre si avvicinava la mezzanotte, uno di quegli artiglieri si mise a strimpellare una fisarmonica, scherzando con un suo commilitone. Allora Beppino Figliè, udendolo parlare in francese (poi si seppe che era un alsaziano), gli si avvicinò e, sempre in francese, ebbe l’animo di dirgli qualcosa. Lo informò così, mentre parlavano, che suo cognato Emilio Tarabella, anch’egli presente in quel gruppo di rastrellati, sapeva suonare la fisarmonica. Avvenne una specie di miracolo, perché quel soldato – e in verità anche tutti gli altri della guarnigione – ebbe un comportamento speciale nei confronti del Tarabella fin dalla prima canzone eseguita, che fu “Vienna, Vienna”. Emilio, ben rifornito di caffè e di nutrimento, fu invitato a suonare tutta la notte, ininterrottamente. Il risultato fu di tenere uniti in poco spazio tutti i rastrellati, perciò più tranquilli e, di conseguenza, anche con meno preoccupazione per i militari che, loro malgrado, erano diventati temporaneamente carcerieri, con pesante responsabilità. Per quei soldati, infatti, fu un sollievo quando il giorno seguente, giunto senza grane perché non si era verificato un solo tentativo di fuga, vennero altri tedeschi a prelevarci per portarci a Nocchi con i camion.
Nocchi è un paese bello e tranquillo, ma in quel periodo il suo nome era continuamente nel pensiero della gente come luogo molto amaro. E già il fatto che fosse individuato con la locuzione “Le prigioni di Nocchi”, spontaneamente coniata dal popolo, dà un’idea dell’effetto che faceva al solo parlarne: esso era un sito di grande concentramento e di smistamento di deportati civili, nonché triste luogo dove si selezionavano i prigionieri politici.
Qualche tempo dopo, quando ebbi la sfortuna di essere detenuto per sei lunghissimi e dolorosi giorni nell’edificio scolastico di Nozzano – dove ero stato portato dalle SS che mi avevano rastrellato a Valdicastello il 12 agosto – mi resi conto che non esisteva soltanto Nocchi come triste luogo di sofferenze in cui si spegnevano per sempre molte speranze.
Se mi sarà possibile, in altra occasione vorrei parlare più approfonditamente anche di Nozzano, per dare almeno un’idea sul tipo di inferno organizzato in quella scuola (poi minata e fatta saltare dalle SS che vi svolgevano la loro attività di polizia politico-militare), trasformata in tremendo e indescrivibile carcere.
Quando ci scaricarono a Nocchi, il frate Mazzucchi era già lì, ovviamente fin dal giorno prima, insieme con altri “sospettati”. I tedeschi non fecero comunque differenza di trattamento tra i sospettati e noi ultimi arrivati. Tanto è vero che la notte fummo messi a dormire in una grande stalla-fienile, mescolati senza distinzioni. Fu quindi frutto di una casualità che il frate si trovò a passare la sua ultima notte accanto a Emilio Tarabella, il suocero di questi Lorenzo Figliè e pochi altri. Una notte passata a parlare per farsi coraggio a vicenda, come venni a sapere il giorno dopo quando fummo tutti incolonnati per raggiungere a piedi la Casa Pia di Lucca; tutti, all’infuori del frate, che purtroppo venne trattenuto nel cascinale. Della sua fucilazione, avvenuta in quello stesso giorno, avemmo notizia soltanto dopo qualche tempo.
A distanza di molti anni, interessandomi al caso di padre Mazzucchi, ho cercato il Tarabella per scoprire eventuali altri particolari, specialmente riferiti a quella notte passata nella stalla. Così sono venuto a conoscenza dell’altro pezzo di verità che completa la storia di quel funesto 26 luglio di Nocchi; così ho saputo che il giorno in cui fu fucilato padre Mazzucchi, furono eseguite altre due fucilazioni. Quel pezzo di verità mancante me l’ha comunicata proprio l’amico Tarabella.
Gli avevo appena riferito la testimonianza fattami da un cugino del frate, secondo il quale il Mazzucchi sarebbe stato inumato assieme a due donne, delle quali però lui non sapeva dirmi i nomi né la provenienza, quando Emilio Tarabella, piuttosto sorpreso che io non ne sapessi alcunché, è passato subito a raccontarmi la faccenda.
“Quelle due donne – racconta Tarabella – abitavano a Forte dei Marmi nella corte di piazza Garibaldi ed erano madre e figlia. La madre, Gilda Tesconi (che fra noi paesani era individuata affettuosamente col soprannome “Trescona”) era sposata Nardini. Rimasta vedova da alcuni anni, era madre di tre figli: il primogenito Felice si trovava a quel tempo negli Stati Uniti (dove poi si è sistemato definitivamente) come prigioniero di guerra; con la donna vivevano il piccolo ultimo nato e la Margherita, una ragazza di diciassette anni. La Margherita aiutava la madre a tirare avanti un’attività: un piccolo banco di generi vari che aveva piazzato di fronte all’Albergo Idone, in quel tempo utilizzato a caserma dalle truppe tedesche d’occupazione.
“Non so con precisione quali e di che entità fossero i rapporti che le due fortemarmine avevano con la Resistenza. Certamente, qualcosa era stato subodorato dai soldati tedeschi dell’Idone. Accadde così che uno di questi militari riuscì a entrare in confidenza con le due donne; e si conquistò la loro fiducia a tal punto da far loro credere che lui era contro Hitler e che voleva disertare per andare con i partigiani italiani. Proprio come aveva fatto il sergente Joseph con i partigiani della vallata del Vezza.
“Così, dopo che la Gilda e la Margherita avevano dimostrato di essere veramente in grado di mettere un aspirante disertore in contatto con i partigiani, furono subito prelevate da casa, alla presenza del piccolo terzogenito e di alcune paesane, fra le quali Sara Bertoni Polacci, classe 1921, che ancora oggi ricorda quella vicenda.
“Non si è mai saputo cosa sia accaduto a quelle martiri nei due giorni trascorsi fra la cattura e la fucilazione. Dirò di più: noi tutti che eravamo a Nocchi in quei giorni, non sapevamo niente neanche delle esecuzioni. Soltanto dopo un bel po’ di tempo ne abbiamo sentito fare qualche cenno. C’erano in giro anche delle voci, allora incerte, che i tedeschi, seppelliti i corpi, avessero piazzato quattro mine antiuomo intorno a quella fossa comune. Soltanto ora lo so certamente, dopo il racconto che mi hai riferito del cugino di Fra Raffaele. Le mine furono disinnescate in seguito dagli americani, avvertiti da un contadino che aveva assistito di nascosto alla posa degli ordigni.
“Ora Renato, grazie a te ho avuto modo di rievocare quelle due persone che io ho conosciuto molto bene, per averle anche frequentate perché Felice, il figlio maggiore di Gilda, era mio coetaneo e compagno di scuola. E mi auguro di poter fare qualcosa in modo che i miei paesani fortemarmini vogliano includere al più presto i nomi di Gilda Tesconi e Margherita Nardini nella lista di quelli ufficialmente considerati degni di essere sempre ricordati.
“Insomma, mentre tu agirai per far ricordare il fratino Mazzucchi, io farò quanto mi sarà possibile per far ricordare ai fortemarmini le due donne che il destino ha voluto fucilate e sepolte proprio insieme a lui”.
A questo punto, dopo la lucida testimonianza di Emilio, che ha completato i miei ricordi, mi auguro che tutte queste notizie di prima mano possano essere utilizzate con profitto dagli appassionati alle nostre vicende paesane che fanno parte, ricordiamolo, della Storia con la esse maiuscola. E, naturalmente, in modo particolare spero vivamente che questo articolo riesca a portare la nostra gente a pensare e ragionare di più su Padre Raffaele, sulla Gilda e sulla Margherita.
Renato Brunini
Settembre 21, 2007 alle 3:25 pm |
Grazie al Brunini e al Tarabella per averci mandato questa storia.