Architettura di villa in Versilia

By versiliaoggi

Da dove nasce il “neoclassico fortemarmino”. In tre punti l’architetto Vittorio Maschietto analizza motivazioni e cause di questo “non stile”.

E’ certo un luogo non comune: la grande fortuna di Forte dei Marmi sta nella “tenuta” delle sue ville. Tenuta dal triplice significato: la grande distesa verde urbanizzata a lotti, la manutenzione generalmente ben assolta dai proprietari e la tutelata bassa densità catastale tra occupanti e manufatti. Tuttavia, anche nei luoghi non comuni, ancorché

generati e supportati da un evidente riscontro economico, non si esauriscono le problematiche che si formano e ruotano intorno al delicato equilibrio di un comparto territoriale così atipico. In altre parole, stiamo attenti: è in gioco non solo la tenuta di un sistema strutturato, ma anche della sua prerogativa, intangibile ma massimamente importante, che consiste nella straordinaria capacità di riprodurre se stesso, il suo stile, la sua misura. Capacità non insita nelle vocazioni del territorio, ma nata dai connotati storici e sociali dell’insediamento. Infatti, dal punto di vista dei miei amici urbanisti, a volo d’uccello, l’entroterra di Forte dei Marmi si presenta ordinato secondo una banale maglia ortogonale a lotti, come fu infatti strutturata nel periodo fra le due guerre. Ma fortuna ha voluto che tale scacchiera fosse riempita gradatamente e pacatamente, con progressiva e riflessiva adozione di nuovi nuclei familiari, in tempi, è giusto rimarcarlo, ancora ben lontani dalle iniziative speculative a grande scala. Salvo la pausa bellica, qui più breve che altrove, non si è mai cessato di progettare e di costruire nuove ville e, senza entrare nel merito di singoli casi, di sperimentare nuove architetture, nuove forme di espressione stilistica e nuovi materiali, sempre beninteso nel ristretto ambito tipologico dell’architettura di villa. La diversa provenienza ed il diverso portato culturale dei proprietari stessi e degli architetti da essi incaricati hanno arricchito l’albo d’oro e la bibliografia dei personaggi che hanno interagito nella costruzione di questa peculiare città di passanti. E’ lecito credere che il concepimento dei progetti di nuove ville sia nato in loco, complice l’ombra di piena estate di qualche “quarto pino” del parco di qualche villa, i cui ospiti venivano coinvolti ed adottati dalla comunità, spinti a metter su villa, condizione necessaria e sufficiente per essere ammessi. Mi riferisco, è chiaro, a quegli anni ed a quel filone della borghesia ricca illuminata, che amava ascoltare e promuovere intellettuali ed artisti.
Perché oggi non è più così? Si continua a costruire ville, nei residui lotti consentiti, ed a ristrutturarne, ma da qualche anno si è perduta la misura, anzi la sottomisura che ha sempre permesso alle nuove costruzioni di essere notate, certo, ma subito iscritte in quella sorta di catalogo virtuale dell’understatement di cui parlavo prima. E’ una diversità sottile ed insidiosa, non plateale. Non si tratta di eccedenza di misure fisiche, di abusi od altro, in quanto le norme statutarie sono di certo rispettate. Si tratta di un altro tipo di eccesso, eminentemente decorativo, costituito da una serie di accessori che miniaturizzano, ridicolizzandolo, il corpo architettonico. La presenza di uno o due di questi orpelli sarebbe forse tollerabile – che so, una cornice di mattoncini di punta – ma è la serie completa che connota questa mania, crivellando senza pietà i poveri, vecchi e onesti intonaci, le falde dei tetti ed i giardini-pineta, con una pletora di cornici e cornicette, fasce, scossaline, comignoli, cancelli e cancelletti, recinzioni, panche e panchine, intarsi e ricorsi di materiali, balconcini, targhette ed altri optional. Si tratta di una sindrome, di cui la ricca borghesia non aveva mai sofferto, di ossessione per il make-up, che produce una specie di sfogo esantematico, il cui decorso, nella sua fase terminale, è imprevedibile, anche se mai e poi mai (noblesse oblige) potremmo accomunarla all’invasione del famigerato “settenano da giardino”. La serialità e la riproducibilità di questi orpelli potrebbe, se uno si volesse sbizzarrire in un safari fotografico, costituire un catalogo tipo postal-market, buono per tutte le stagioni e indipendente dall’impianto e dalle proporzioni architettoniche, che passano in secondo piano. Ecco, forse la perdita più grave è proprio questa, la banalizzazione del corpo architettonico e, se così è, dobbiamo prendere atto che la sperimentazione propositiva che faceva capo a proprietari illuminati ed architetti “visitor” sia stata totalmente cancellata dalla progettazione. Si è invece consolidata una sorta di glassa, di nuovo epitelio con tendenza al falso ma grazioso, all’ammiccamento neo-storico, alla pratica progettuale e costruttiva della riproduzione, che non è semplice clonazione di un modello originale, ma anzi coazione manierista di certi stilemi architettonici, pomposamente riprodotti ed applicati “a memoria” di un fantomatico originale che non esiste. Non è un vento barocco, che ridonderebbe per trasgredire, anzi, se vogliamo una definizione tecnico-storica, si parlerà di omologazione tardo-post-modernista. Che tipo di involuzione è mai questa? Le ragioni di un’involuzione divengono chiare quando ormai le cose sono fatte. Non è tuttavia mai troppo tardi cercare di rifondare un giudizio critico. Questo contributo nasce con la speranza di aprire una breccia, o almeno un dubbio, sul fronte del conformismo architettonico imperante in Roma imperiale.

Una Risposta a “Architettura di villa in Versilia”

  1. roberto aliboni Dice:

    il ciclista Bronzino e
    la Terè dei ciottoli
    Guido, e il suo cavallo, di via Carlo del Prete e
    Sirio il taxista col milleequatto
    le Zanze,
    il fabbro di via risorgimento
    Zio Vergilio
    e chissà quanti altri.
    ne avete?
    pubblicate un libo sugli anni ‘60 e ‘70
    bello, pieno di gloria, con qualche fortemarmino in più e qualche vip in meno: da fare invidia a chi non c’era.

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