Questo è uno degli articoli che troverete sul nuovo numero di Versilia Oggi
Ho ancora nelle orecchie la voce di mia madre che mi sgridava per il troppo tempo passato nel fiume, e negli occhi la prima trota che, con non poca fortuna, riuscii a catturare.
Il Versilia porta ancora lo stesso nome, ma non è più come allora. L’alluvione del 19 giugno 1996, lasciando per una volta riposare in pace le troppe vittime di quell’infausto giorno, ha lasciato in eredità a chi deve decidere,
l’accecante convincimento che perché non si ripeta un evento del genere, sia necessario spianare tutto.
Ruspe nell’alveo affamate di ghiaia e, dove c’era un tempo un pozzo adesso c’è cemento. Ma davvero è questo che serve? Davvero, affinché non ritornino quei giorni, bisogna far sì che il fiume sia come un tubo liscio e senza vita?
Nella ricostruzione non si è tenuto conto di quello che per noi, da sempre, il fiume rappresenta, dove siamo cresciuti giocato a inventarci storie fantastiche e a rinfrescarci nell’arsura delle estati.
Con troppa fretta abbiamo tralasciato un aspetto che forse allora, sembrava di alcuna utilità, ma che adesso appare di vitale importanza: la sua vivibilità.
Muraglie inaccessibili, inesistenti letti di frega per i pesci che, si voglia o no, hanno diritto a vivere ed a riprodursi come i mufloni, i caprioli, e gli scoiattoli. Cosa hanno gli abitanti di questo ecosistema, molto più delicato di quello terrestre, che li rende meno importanti degli altri?
Cosa sarebbe cambiato nello scorrere del fiume se si fosse lasciato ogni tanto un salto di cinquanta centimetri per permettere la formazione di un letto di frega?
La troppa velocità dell’acqua e la mancanza di zone di riparo, stanno portando questi pesci verso l’estinzione. Solo grazie all’impegno della gente che dedica il suo tempo libero ad aiutare le trote a riappropriarsi del loro habitat, immettendo ogni anno, enormi quantità di piccoli avannotti, non siamo ancora arrivati alla loro scomparsa. Questo procedimento si è reso necessario proprio per la mancanza di ripari dove le trote possano portare avanti il proprio ciclo biologico. Dopo quattro anni, l’impegno dei volontari, sta portando a dei risultati.
Vi sembra abbastanza? No! Non è abbastanza, ci mancavano anche le centraline elettriche, che quando saranno istallate, assorbiranno il 90 % dell’acqua del Versilia, rilasciandola solo dopo parecchi chilometri. Già però ci hanno detto che il 10 % di essa defluirà e che poi ci sarà l’interramento dei tubi lungo l’alveo per non farli vedere (si tratta solamente di un tubo di circa un metro e mezzo da piantare nella roccia) e che in tutto questo procedere rispetteranno l’impatto ambientale. Ma un fiume in secca è bello come impatto ambientale?
A questo punto mi domando: quant’è il 10 % dell’acqua che passava la scorsa estate da Ponte di Tavole?
Guglielmo Vincenti
Giugno 14, 2007 alle 8:59 am |
Caro Guglielmo,
grazie per la osservazione sullo stato del nostro fiume. Come sarebbe bello poter passeggiare sugli argini, magari con percorsi ciclabili dove poter mandare i nostri bambini in sicurezza, magari “percorsi-salute” attrezzati per quelli che vogliono o devono o sarebbe meglio che facessero un po di moto….Purtroppo quello che descrivi e quello che “sogno” è uno dei tanti risultati prodotti dalla miopia delle nostre amministrazioni.
Di casi come questi se ne possono citare motissimi. Te ne faccio una lista veloce di quelli che mi vengono in mente mentre scrivo…… per esempio sulla “mobilità”
Marciapiedi mancanti.
Piste ciclabili mancanti.
Attraversamenti pedonali a norma mancanti.
Acessi disabili, siamo indietro.
Saluti
Liabatyd
Luglio 8, 2007 alle 5:18 am |
Tanto tuonò che piovve una riflessione pubblica di un pescatore sulla ricostruzione dopo l’alluvione
del fiume Versilia
Il numero 486 di Versilia Oggi, mese maggio 2007, ospita un intervento di Guglielmo Vincenti sul fiume Versilia. Il cittadino, nativo di Cardoso, ma che oggi risiede nella frazione di Ruosina, nella parte ricadente sotto il Comune di Seravezza, rileva l’agonia del fiume Versilia e il latente rischio del colpo di grazia che la costruzione di centraline elettriche potrebbe dare a ciò che rimane della vita dell’ecosistema fluviale e dell’immagine del paesaggio. Guglielmo Vincenti è un pescatore, sodale dell’associazione versiliese di pesca Fly Club ’90, instancabile e appassionato operatore volontario per la riproduzione della trota presso l’incubatoio ittico di Mulina di Stazzema, operatore della escavazione e lavorazione della pietra del Cardoso. La recente pubblicazione della Comunità Montana “Vivere la memoria” ospita, a pag.169, una sua scheda redatta sulla pesca sportiva: pratica moderna ma che un tempo non si esercitava lungo le sponde del Versilia e dei suoi confluenti, salvo annotare alcune sporadiche gare negli anni’70 del secolo scorso. Tra la scheda pubblicata sul libro “Vivere la memoria” e l’articolo apparso su Versilia Oggi di comune c’è solo la foto che correda gli scritti, mentre il contenuto di essi è profondamente diverso, tanto da far sorgere il dubbio che il testo pubblicato su Versilia Oggi, nonostante fosse più rispondente al tema del vivere la memoria, avrebbe potuto avere delle serie difficoltà per essere raccolto sul libro “Vivere la memoria”. Non va scordato che l’ente della Comunità Montana “Alta Versilia” ha gestito per massima parte la ricostruzione post alluvione del fiume Versilia. La ricostruzione fluviale è stata lasciata completamente in mano agli ingegneri idraulici, senza affiancare ad essi altre figure professionali per la ricostruzione del fiume, come architetti del paesaggio, botanici, ittiologi, geologi, etc. La ricostruzione di un bene naturale come il fiume non doveva fermarsi unicamente all’aspetto della sicurezza, ma andavano affrontati aspetti del paesaggio, della memoria antropica ed essenzialmente quello della ricostituzione dell’habitat per la conservazione dell’ecosistema ittico fluviale. > scrive su Versilia Oggi Guglielmo Vincenti. > interroga quel silenzio istituzionale che, evidentemente, non si affaccia sul fiume ricostruito per vedere in che stato sia. Guglielmo Vincenti, a distanza di un decennio, è il secondo cittadino che ha avuto il coraggio di scrivere e prendere le distanze da come è stata fatta la ricostruzione del Versilia. Il primo fu Giuseppe Vezzoni, colui che ora loda il coraggio di Vincenti quando scrive certe cose e fa la riflessione amara su un aspetto del fiume Versilia “che forse allora sembrava di alcuna utilità – scrive Vincenti – ma che adesso appare di vitale importanza: la sua vivibilità”. Giuseppe Vezzoni fu minacciato di denuncia, criticati i giornali che davano spazio ad un cittadino senza arte né parte, specie quella politica. Un pazzo che osava mettere in discussione il Sancta Sanctorum del Modello Versilia, il cui tabernacolo da incensare e verso cui genuflettersi è la realizzazione sotto l’occhio del Forato della Zona Industriale del Col del Cavallo: miliardi e miliardi di soldi pubblici lasciati al brucare di un branco di capre. E neanche potrebbe essere finito il divoramento dal versante dell’appetitosa dolomia, alla faccia dell’antico popolo dei Liguri Apuani che in quel posto, secondo Lorenzo Marcuccetti, avrebbero imposto, nel 189 a. C., alle insegne di un intero esercito consolare di Roma un terribile ed umiliante agguato, tanto che Roma volle prendersi la rivincita sul bellicoso popolo ribelle, sconfiggendolo e deportandolo in massa nel Sannio.
Guglielmo Vincenti descrive così il fiume Versilia.